Il celebre matematico francese Laplace, noto anche per i suoi studi astronomici, scrisse nel suo libro Exposition du Système e du Monde: “Grandi popoli dei quali i nomi sono appena conosciuti dalla storia, sono scomparsi dalla terra che hanno abitata; la loro lingua, le loro stesse città sono state annientate; altro non è rimasto dei monumenti, della loro scienza, della loro industria che una confusa tradizione e qualche rudere dei quali l’origine è incerta”.
Nel 1785 Sylvain Bailly, astronomo reale, membro dell’Accademia delle scienze, affermò invece nel corso di in una sua esposizione: “Mille prove tradizionali o monumentali attestano che prima di questa conflagrazione generale era fiorita sulla terra una civiltà universale della quale rimangono solamente le vestigia”.
Attualmente geologi, etnologi, archeologi e scienziati d’ogni disciplina sono concordi nel riconoscere che intere popolazioni furono annientate, in un remoto passato, da numerose scosse sismiche e da diluvi che devastarono il nostro pianeta. Il disastro, di dimensioni apocalittiche, non trova però unanimi gli studiosi sulla sua possibile datazione, che oscillerebbe tra i 4.000, i 10.000 e i 16.000 anni prima della nostra era.
In quanto all’esistenza di civiltà progredite prima della nostra le prove sembrerebbero essere riscontrabili nell’esistenza di città abbandonate il cui sistema di costruzione presuppone conoscenze ingegneristiche ed astronomiche incredibili; di antiche città sommerse dalle acque; di antiche città intraterrene; di complesse reti di gallerie sotterranee; di incisioni e metodi di scrittura sconosciuti; di oggetti con caratteristiche inspiegabili ecc.
Figure di spicco nella ricerca dei mondi sotterranei e delle città perdute del Sudamerica furono senza ombra di dubbio il colonnello Fawcett e Marcel Homet.
Il primo, Piercy Harrison Fawcett (1867-1925?) - tenente colonnello dell’esercito britannico, esploratore ed esperto cartografo - ricevette l’incarico di delimitare e rilevare ampie zone di confine tra la Bolivia, il Perù ed il Brasile per conto del governo boliviano. Dando il via, così, una serie di esplorazioni che lo portarono in buona parte dell’America latina e per le quali si impegnò fino al giorno della sua misteriosa scomparsa. Suo principale obiettivo: riuscire nell’incredibile impresa di dimostrare l’esistenza di quelli che considerava i resti di una remota civiltà evoluta.
Sin dal 1908, infatti, mentre svolgeva il suo lavoro di rilevamento topografico, lo studioso scoprì che tutte le civiltà precolombiane conosciute avevano avuto una fase preistorica comune, derivata dall’esistenza di una civiltà preesistente, le cui città perdute dovevano trovarsi senza dubbio nascoste nel cuore dell’Amazzonia.
Durante le spedizioni effettuate, Fawcett raccolse una serie di indizi a sostegno delle proprie teorie e riguardanti la probabile esistenza di città sconosciute nascoste nel folto della foresta e collegate tra loro da canali sotterranei e passaggi segreti.
Figura successiva, non meno importante, è quella del francese Marcel Homet, archeologo, antropologo e docente di lingue arabe.
Negli anni Quaranta, Homet ricevette dalla facoltà di Antropologia dell’università di Parigi l’incarico di penetrare in alcuni territori nel nord del Brasile mai esplorati in precedenza e, nel corso delle proprie spedizioni, venne a conoscenza dell’esistenza di un gigantesco monolite ricoperto di iscrizioni, simboli e disegni, che secondo i racconti dei nativi indicherebbe la vicinanza della città perduta Ma Noa. Tale monolite, del quale Homet si mise successivamente alla ricerca, veniva chiamato Pedra Pintada.
A quanto sin qui elencato vanno aggiunte le tante e successive ricerche, esplorazioni, scoperte archeologiche e le teorie più recenti, che rafforzano e sostengono l’ipotesi dell’esistenza di veri e propri mondi intraterreni. E che vanno ad aggiungersi a quell’insieme di tradizioni scritte e orali che avevano spinto i primi ricercatori a svolgere indagini in merito.
Nella seconda metà del 1900 fu il Governo brasiliano ad organizzare una spedizione per esplorare i tunnel sotterranei nelle vicinanze del paesino di Sao Tomè. Dopo circa 30 giorni trascorsi nel sottosuolo, lungo le gallerie, il gruppo di militari ai quali fu affidata la missione, fu costretto ad abbandonare l’impresa. Tra le principali motivazioni l’esaurimento delle risorse.
Anche in Ecuador fu poi scoperta una città sotterranea con vere e proprie abitazioni con tanto di balcone e stalle. L’eclatante scoperta, rilevata da una troupe della TV giapponese, fu trasmessa dai telegiornali di tutto il mondo.
La portata dei risultati raggiunti in anni e anni di studi e l’insieme di prove e di indizi di varia natura raccolti sembrano comporre un affascinante puzzle che potrebbe un giorno dimostrare l’esistenza di mondi sotterranei. Per il momento è possibile affermare, con estrema sicurezza, che esistono prove dell’esistenza di un reticolato di inspiegabili tunnel artificiali che si snoda nel sottosuolo di diversi Paesi nel mondo. E in particolare, almeno per quanto fino ad oggi scoperto, nella zona del Sud America. L’unica, e questo non è da sottovalutare, nella quale si sono concentrate le ricerche di studiosi ed esperti, che nei Paesi asiatici hanno invece incontrato maggiore ostilità. Tanto che solo di recente alcune zone sono state aperte ai visitatori stranieri, mentre molte altre sono ancora oggi inaccessibili.
La stessa conformazione del territorio interessato dal fenomeno, poi - sia quello asiatico che quello sudamericano - rappresenta un notevole ostacolo alle indagini. Alte montagne, foreste, deserti, luoghi sperduti e totalmente scollegati da centri abitati, fanno si che le spedizioni effettuate ai fini della ricerca diventino vere e proprie imprese.
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